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L’INARCHIVIABILE – RADICI COLONIALI, STRADE DECOLONIALI – Mostra a cura di Viviana Gravano e Giulia Grechi – KUNSTRAUM GOETHE

L’INARCHIVIABILE 

RADICI COLONIALI, STRADE DECOLONIALI 

Mostra a cura di Viviana Gravano e Giulia Grechi 

KUNSTRAUM GOETHE

Via Savoia 15, 00198 Roma
26 ottobre 202128 febbraio 2022 

Ingresso libero

Accesso alla mostra con Green Pass

Orari e giorni di apertura

Lun. 14-19:00, mar-mer-gio, ven. 10-18:30. Chiuso dal 01.11.2021 e dal 24.12.2021 al 11.01.2022

Vernissage: 26 ottobre 2021 dalle 18:00 alle 21:00

Ore 19.00 artist talk alla presenza degli artist* e delle curatrici

Prenotazione online www.goethe.de/roma/inarchiviabile

Opere e installazioni di Luca Capuano e Camilla Casadei Maldini,Leone Contini, Binta Diaw, Délio Jasse e Emeka Ogboh. 

Con la mostra l’Inarchiviabile – radici colonialistrade decoloniali, il Goethe-Institut continua nel proprio spazio espositivo KunstRaum il progetto Transcultural Attentivness, invitando ad esporre cinque artist* con opere sul tema della “colonialità” che tuttora pervade in modo più o meno consapevole il presente del mondo occidentale. 

Gli artist* invitati sono il duo Luca Capuano e Camilla Casadei, Leone Contini, Binta Diaw Contini, Delio Jasse e Emeka Ogboh. 

La mostra è curata da Viviana Gravano e Giulia Grechi.

L’Inarchiviabile è in collaborazione con AMM Archivio Memorie Migranti, MuCiv Museo delle Civiltà di Roma e Routes Agency.   

Roma, 22 ottobre 2021 – Il progetto del Goethe-Institut, Transcultural Attentivness, si interroga sull’eredità del colonialismo e si concentra su tre temi fondamentali, le opere e le testimonianze dei Paesi colonizzati nel patrimonio artistico e museale occidentale, il trattamento del colonialismo a scuola e nei libri di testo, il radicamento del sapere eurocentrico e la necessità di una visione pluralistica nelle nostre società. 

Le tracce e le eredità del colonialismo come dimostrano le opere in mostra continuano a infestare il nostro presente come dei fantasmi assenti-presenti, non solo nei musei, nelle architetture o nell’odonomastica, ma dentro la nostra quotidianità, nelle nostre case, nel nostro modo di parlare, nei nostri affetti più profondi. La complessità dell’assetto coloniale, e il modo in cui continua a tradursi in una colonialità pervasiva e onnipresente, non riesce ad essere racchiusa all’interno di un archivio, sia esso quello di un museo etnografico o quello di una città. C’è qualcosa che eccede l’archivio stesso, qualcosa che resta inarchiviabile e che mette in discussione l’archivio stesso come modalità di organizzazione, di narrazione e di controllo della memoria e dell’identità. 

Alcuni oggetti, alcuni corpi, alcune voci eccedono l’archivio, sfuggono alla sua grammatica. Questi oggetti, questi corpi, per conservare il loro potere di scandalo, “non dovrebbero entrare nel museo”, scrive Achille Mbembe: dovrebbero invece continuare a infestarlo con la loro assenza, o con la loro presenza spettrale. Dovrebbero essere “dappertutto e in nessun luogo”, le loro apparizioni dovrebbero avvenire sempre “in forma di effrazione e mai di istituzione” (Mbembe, Nanorazzismo 2019: 250).

Gli artist* e le opere in mostra

Con VermisstinBenin (Scomparsi in Benin), Emeka Ogboh artista di origine nigeriana che vive e lavora a Berlino, affronta il tema delle restituzioni delle opere d’arte saccheggiate durante le epoche coloniali e ora ospitate nei musei occidentali. Nella sua opera, formata da una serie di manifesti, rivendica la scomparsa dei Bronzi del Benin dei quali alcuni sono esposti anche nel Museo für Völkerkunde di Dresda. La questione delle restituzioni del patrimonio artistico africano non riguarda solo le burocrazie di Stati e istituzioni museali: è una questione che riguarda la consapevolezza di tutta la cittadinanza Europea. Una cittadinanza in movimento, globalizzata: per questo i manifesti nel 2021 in Germania sono stati installati soprattutto in luoghi di transito, pensiline di autobus e metropolitane. 

L’opera di Délio Jasse insiste invece sulle iconografie coloniali. Partendo dagli immaginari legati al suo paese d’origine, l’Angola, e al paese colonizzatore, il Portogallo, lavora su foto trovate nei mercatini o conservate negli archivi ufficiali delle amministrazioni coloniali. Per questa mostra l’artista ha lavorato sulle foto ritrovate all’interno della collezione dell’Ex Museo Coloniale di Roma conservata al MuCiv di Roma, e su una parte della collezione fotografica dell’ISIAO conservata alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. L’artista ha fotografato anche alcuni oggetti della collezione dell’ex museo coloniale che raccontano l’invasione e la devastazione degli ecosistemi dei Paesi occupati. 

La ricerca di Binta Diaw riflette la complessità della sua identità, il suo essere italiana, senegalese e afro-discendente. L’installazione Nerosangue, composta da tre elementi connessi, restituisce la complessità dei processi di identificazione. Per Diaw lavorare sull’archivio è un’esigenza nata dal riconoscimento del fatto che “una grande parte di storia dell’umanità è stata nascosta, non inclusa nei libri di testo, e non riconosciuta dalle istituzioni italiane”. Questo processo di negazione riguarda anche quell’archivio vivente che è il nostro presente. I pomodori, ad esempio, sono oggetto quotidiano onnipresente nelle nostre tavole, ma nella sua installazione evocano i corpi di tante persone immigrate schiavizzate per la raccolta dei pomodori nelle nostre campagne. Il loro sangue, le loro storie non ascoltate, negate, trovano qui l’occasione di un riscatto, la richiesta a gran voce di una forma di giustizia. 

Leone Contini, artista e antropologo, ha lavorato molto sulle tracce coloniali disperse nei depositi e negli archivi di musei e biblioteche italiane, ma anche negli archivi privati, in primis quelli della sua famiglia, che ha vissuto a lungo in Libia. Il suo film Bel suol d’amore è un’indagine meticolosa non tanto su quello che gli archivi mostrano ma sui loro segreti, sui rimossi, sulle fratture attraverso le quali emergono le anomalie affettive, le istanze ambivalenti che legano l’esperienza delle persone incontrate all’eredità coloniale, e al suo portato di violenza, spesso non visibile.

Camilla Casadei Maldini e Luca Capuano ritrovano le tracce coloniali all’interno di contesti e oggetti che la storia e la pratica del quotidiano hanno reso innocenti. Le opere presenti in mostra propongono di guardare con insistenza verso quei luoghi, quegli oggetti, sterilizzati dalla storia, dalla museografia, dalla letteratura fino a far dimenticare la loro origine coloniale e la loro permanenza neo-coloniale. Nel loro video Rumba, ad esempio, come l’aspirapolvere-robot casalingo, che ogni volta che incontra un ostacolo si blocca e cambia repentinamente direzione, così lo sguardo dei visitatori e delle visitatrici di un museo si incaglia sulle vetrine che contengono una storia messa in scena da un solo punto di vista, quello museografico occidentale. 

Le attività collaterali 

 Attività educative 

Nell’ambito di questa mostra, sono previsti alcuni laboratori per le scuole secondarie di secondo grado a cura della sezione didattica del Goethe-Institut in collaborazione con Anna Chiara Cimoli:

LA STORIA NON SCRITTA

Workshop in presenza, della durata di 2h., che lavora sulle omissioni dei libri di storia e su possibili modi per integrare e colmare quei vuoti. Questo workshop ha l’obiettivo di tradurre plasticamente il concetto di fare storia come atto selettivo, orientato, soggettivo, e l’archivio come contenitore di infinite storie possibili.

TEMI SCOMODI

Workshop a distanza, della durata di 2h., dedicato al confronto dialettico a partire da alcuni nodi “caldi” del dibattito contemporaneo. Questo workshop ha l’obiettivo di portare i ragazzi a confrontarsi costruttivamente grazie a una facilitazione serrata, che dia la parola a tutti garantendo la correttezza del confronto, secondo le regole del debating.

Per informazioni e iscrizioni www.goethe.de/italia/transcultural  online dal 26 ottobre.

 Riguardo (al)le parole 

A partire dal giorno dell’inaugurazione saranno pubblicati online una serie di 12 podcast, uno per settimana. La serie è pensata come una conferenza permanente, accessibile in qualsiasi momento e secondo il ritmo di ascolto individuale. Ogni episodio si focalizza su una parola chiave, che si riflette anche nel titolo “Riguardo (al)le parole”. Con contributi di Cristina Ali Farah, Maria Thereza Alves, Awam Amkpa, Clementine Deliss, Beatrice Falcucci, Mackda Ghebremariam Tesfaù, Jana Haeckel, Wissal Houbabi, Luca Peretti, Adama Sanneh e del collettivo Tezeta. Sound Designer Fabrizio Alviti.

Su www.goethe.de/italia/transcultural online dal 26 ottobre.

Elisa Costa

Ufficio Stampa e Relazioni Esterne 

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